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VLACHI
& SARAKATSANI:
Hanno
un patto non scritto che li lega alla montagna, che li tiene strettamente
legati alla terra come un albero con le sue radici. Con la terra vivono,
sulla montagna aspra della Grecia trascinando la propria asistenza randagia,
fatta di peregrinazioni al seguito del gregge. Un patto che i pastori
nomadi dell'Epiro portano addosso quasi fosse un codice genetico, insieme
a quell'odore che nessun sapone riesce a camufare. Un odore di pelo
mai lavato, se non dalla pioggia, di latte appena munto, di tabacco,
di sudore asciugato dal vento, che ribadiscono il loro patto ancestrale
di simbiosi con il gregge. E con la terra, squarciata da forre lunghe
chilometri e profonde quanto le rughe sulle loro facce senza eta`. Quella
terra che li ha partoriti 40 mila anni fa - stando allo studioso Aris
Poulianos -, non appena l'homo sapiens fece la sua comparsa in Europa.
Facce da "pale pote`", come loro stessi definiscono nel loro
idioma omerico quel tempo "del daccapo e del mai", cosi`lontano
da sfumare i contorni di qualunque inizio e fine, circolare come l'infinito
ripetersi di gesti e stagioni. Un tempo scandito dalle transumanze,
in questo angolo di mondo che gravita intorno al massiccio del Pindo
e taglia in senso longitudinale la penisola greca. Una zona che ha come
epicentro la regione dell'Epiro, ma arriva a comprendere ad est la Tessaglia,
a nord la Macedonia, la Tracia e certe localita` come Saranta, nell'ex
Epiro del Nord, ora territorio albanese. Localita``che conservano una
dimensione epica, pari a quella del paesaggio che hanno come sfondo.
Fatta di sterminati silenzi, spezzati a tratti dall'eco di cani addestrati
ad azzannare chiunque si avvicini alle pecore, di vette che forano le
nuvole, di pietraie che si alternano a scure foreste e a metafisici
"falli" di roccia, levigati o ruvidi, si direbbe spuntati
dal suolo con il solo scopo di sfidare il cielo, questa e` una fascia
di terra che rischia di far dimenticare di essere abitata anche da esseri
umani. La si crederebbe natura del tutto vergine, se non fosse per la
presenza dei ponti a dorso d'asino che scavalcano una moltitudine di
fiumi e torrenti, e che tradiscono un antico quanto umanissimo bisogno
di mobilita`.
Anche l'irrequietudine ha finito per iscriversi nel patrimonio genetico
di questa gente accartortocciata dalla fatica, abituata da sempre a
considerare gli abitanti da sempre a considerare gli altipiani come
patria e le pianure al livello del mare nient'altro che un sofferto
esilio, da subire non appena l'inverno insinia le sue mani scheletrite
in ogni piega degli abiti. Persino sotto i pastrani pesanti di lana
cotta che indossano i pastori. La triste discesa a valle inizia, secondo
tradizione, il 26 ottobre, giorno di san Demetrio, ma qualsiasi data
dell'autunno avanzata e` buona per partire.
Purche`non sia martedi, settimanale anniversario maleugurante della
caduta di Costantinopoli. Il felice ritorno ai pascoli, di nuovo grassi,
della motagna coincide con il periodo periodo intorno al 23 aprile,
festa di san Giorgio, protettore di tutte le anime erranti, specie se
dedite alla pastorizia e di conseguenza a una vita di solitaria, costante
vigilanza. Come lo erano, fino a pochi decenni fa, molti allevatori
anche italiani, poi convertitisi definitivamente alla stanzialita`;
e come non lo saranno piu`a lungo nemmeno questi uomini di ceppo ellenico,
per ora tra gli ultimi autentici nomadi del Mediterraneo. A testimoniare
in futuro la loro esistenza rimarranno solo i frammenti di memorie raccolte
e trascritte dalla schira di antropologi che li studia con interesse
dai primi anni del Novecendo.
SI
COMINCIANO A VEDERE ALCUNI SEGNI DI MODERNITA`: MOLTI HANNO UNA VERA
CASA, SPESSO ANCHE UN TELEFONO, E USANO I CAMION COME STALLE MOBILE
Divisi
in gruppi etnici, chiusi e fieri ciascuno
delle rispettive, ben distinte identita`culturali, al punto da averle
finora conservate pressoche`incontaminate nonostante la lunga serie
di diaspore che li hanno sparpagliati in lungo e in largo dopo il crollo
di Bisanzio e il successivo instaurarsi del dominio ottomano, sono organizzati
in strutture sociali rette da una famiglia patriarcale di tipo allargato.
Ogni nucleo era fino a ieri capeggiato da uno tselingas, sorta di padre-padrone
la cui parola dettava legge a la cui autorita` veniva riconosciuta dalla
comunita`soprattutto in virtu`della supremazia numerica dei suoi zontana`,
vale a dire la "roba viva", cosi`come e`chiamato il gregge
per distinguerlo da "taprata", le cose, che sono invece i
muli e i cani: quello con il bestiame e` un rapporto di odioamore piu`
forte di qualsiasi parentela, inalienabile quando l'istinto alla sopravvivenza.
Due, da sempre, I clan principali: quello, per molti aspetti atipico,
dei Vlachi, con tuttora piu`di un milione di membri, di cui 500mila
distribuiti in Grecia e gli altri sparsi tra Albania, Bulgaria e Romania,
e quello dei Sarakatzani, che conta attualmente poco meno di 100mila
persone. Entrambi originari del Pindo epirota, sono accumunati dall'odio
atavico per i turchi, dal piu` recente disprezzo per gli albanesi, dall'attitudine
a lavorare sodo e da una fede tenace nel Dio ortodosso. Per il resto
risultano diversi come l'acqua e l'olio, e non solo perche` i primi
parlano una lingua di derivazione latina, frutto della romanizzazione
subita gia` prima di Cristo da parte dei legionari che li assoldavano
come sentinelle lungo le via Egnatia, arteria di collegamento tra Occidente
e Oriente, mentre i secondi non sanno che il greco, sincopato magari,
ma puro quando la loro razza. Gli uni hanno smesso da circa duemila
anni di occuparsi esclusivamente di allevamento, per dedicarsi ad attivita`
parallelle come l'artigianato, il commercio e il settore bancario, mentre
gli altri badavano e badano solo a non farsi fregare sul prezzo del
latte, senza spingersi a calcolare l'eventuale valore aggiunto sotto
forma di formaggio, e tantomeno a prendersi la briga d'imparare a leggere
e scrivere. Questi ultimi hanno sempre annaspato per conquistarsi un
posto al sole, senza rinunciare a un senso, per molti versi esagerato,
di dignita` mentre i Vlachi si insidiarono persino tra le file della
Chiesa, intuendo con sufficiente tempismo il ruolo determinante di pope
e archimandriti nelle transazioni fininanziarie, oltreche` in quelle
dello spirito.
I Sarakatsani hanno insomma continuato a spostarsi avanti e indietro
per i sentieri tracciati dai loro nonni e avi; i Vlachi, invece, hanno
preso a battere le vie del grande mondo per trasformarsi nel frattempo
in una potente corporazione economica (sintomatica coincidenza semantica,
nel loro vernacolo, dei termini "lucro" e "lavoro").
Hanno creato roccaforti strategiche, dapprima nei Balcani, poi in Asia
Minore, in Egitto e infine oltre il Mar Nero, dove si sono insediati
a Mosca, San Pietroburgo e Odissea. In direzione opposta hanno toccato
Venezia, Livorno, Trieste e Vienna. Il loro porto di riferimento e`
stato fino al 1710 Durazzo; la loro capitale odierna e` Metsovo, a 1.156
metri d'altezza, sul crinale della catena che segna il confine tra l'Epiro
e la provincia di Trikala, in Tessaglia. Rintanata in mezzo a picchi
popolati soprattutto dalupi, vanta comunque un reddito pro-capite decisamente
significativo.
I soldi, pero` non bastano a modificare il Dna. Neanche l'odore sulla
pelle dei guardamenti greci, siano ora ricchi o poveri, colti o analfabeti,
gia proprietari dei vasti appezzamenti necessari per nutrire il bestiame
tutto l'anno o costretti ancora ad affittarli a caro prezzo, con contratti
a scadenza semestrale.
LE
RUGHE SOLCANO I VISI SENZA ETA` DI UOMINI E DONNE, DA 40MILA ANNI PADRONI
DI QUESTE MONTAGNE IMPERVIE, CHE NELLA LUNA E NELLE STELLE LEGGONO IL
PROPRIO DESTINO.
A be guardare, Vlachi e Sarakatsani, Koutsovlachi
e Karangounides, puzzano tutti allo stesso modo per i sofisticati nasi
cittadini, assuefatti come sono a tutt'altro genere di fetori, ma che
trovano quell'odore speciale dei pastori disdicevole, se non addirittura
oltraggioso.
Forse perche` sancisce la diversita` di un popolo che non ha mai smesso
di leggere nella luna e nelle stelle il proprio destino. Anche adesso
che quasi tutti si sono fatti una casa vera da qualche parte, finalmente
di cemento e mattoni, con tanto di indirizzo e numero di telefono. Anche
adesso che mandano i figli a scuola, nella speranza di vederli un giorno
dottori, oppure infilano strade asfaltate al posto dei vecchi tratturi,
e spesso noleggiano enormi camion trasformati in stalle mobili, quando
e` il momento di emigrare. Lo fanno piu` per motivi di sicurezza, dato
il traffico in aumento, che per comodita`, sostiene Christos Arvanitis
che quest'anno ha resistito fino all'arrivo della prima neve nella sua
base estiva in cima al tremendo "orrido di Vicos", nel cuore
dell'Epiro. Ad assistere al carico dei suoi mille a passa recitranti
ovini sugli autocarri c'e` da credergli sulla parola. Non manca, infatti,
chi preferisce tuttora esimersi da una simile impresa e risparmiare
sul costo del trasporto: come fa Nikos Kouros, che guida un po` a piedi
e un po` a piedi e un po` a cavallo il proprio gregge, piuttosto imponente,
dalle alture di Delvinaki ai prati sulla costa vicino a Igoumenitza.
Non importa se per arrivare a destinazione gli tocca passare parecchie
notti all'addiaccio. Tanto, l'odore di pastore non puo` cambiare, che
egli dorma in un letto o in un giaciglio improvvisato in mezzo ai sassi.
Resta addosso agli itineranti, come un marchio, perfino oggi che qualcuno
si azzarda a prendere moglie fuori da clan, con la scusa che; dopo tanti
millenni un po` di sangue nuovo nella stirpe ci vuole>>, e lo
fa in barba alla disappovazione dei piu`anziani, i quali chissa` quante
volte avevano desiderato da giavani di possedere una ragazza differente
da quella assegnata loro in sposa dai genitori. Ma allora non c'era
spazio per lr "futili" faccende di cuore. Ai loro tempi l'obiettivo
primario del matrimonio era la perpetuazione della specie, e il compito
delle donne (che dovevano preferibilmente essere di robista costituzione)
era soprattutto dare man forte ai mariti nell'accudire gli animali.
Molti maschi pensano ancora che l'innamoramento sia una pena supreflua,
salvo pio rimpiangerlo in segreto nelle serate in cui la grappa scende
mano a mano che la malinconia sale, al suono di un disperato clarino;
mentre le femmine sono in compagnia delle capre e delle pecore con cui
riescono a comunicare in un linguaggio gutturale, incomprensibile alle
orecchie dei non iniziati, che con le bestie pare funzioni a meraviglia.
Non importa se a pronunciarlo sono pastori Viachi o Sarakatsani.
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